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CALENDIMAGGIO - BELTANE
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di Micaela Balìce

Calendimaggio / Beltane nell'ortogiardino



I riti di rinnovamento, cominciati all'Equinozio di Primavera, nel calendario contadino proseguono lungo tutto il periodo che accompagna il lento giungere della stagione calda.
I frutti cominciano a maturare, i primi raccolti delle semine primaverile allietano le tavole, la natura spinge alla fruttificazione.
Per stimolare e propiziarsi ulteriormente le energie del periodo, alberi, fiori e sposi diventano i protagonisti di riti di fertilità dalle origini antichissime.

 
La porta che segue l'Equinozio è quella del Primo Maggio ma già verso la fine di Aprile, per San Giorgio (il 23) era usanza presso gli Slavi della Carinzia guarnire un albero tagliato alla vigilia e portarlo in processione insieme con un fantoccio (che poteva essere anche un fanciullo), ricoperto dalla testa ai piedi di fronde di betulla: il Verde Giorgio. L'albero veniva gettato poi nell'acqua affinché procurasse pioggia e quindi favorisse la crescita dei frutti e del foraggio (Cfr. Cattabiani, pag. 207).

Riti come questo fanno parte dei rituali di rigenerazione della comunità, del rinnovamento cosmico che ogni anno necessita della forza misteriosa di coloro che vivono negli altri modi per essere garantita.

Anticamente le festività coprivano un ampio periodo comprendendo anche banchetti e notti danzanti: “... La notte del 30 aprile si susseguivano in un'atmosfera orgiastica, banchetti e danze che terminavano con l'espulsione rituale dei morti, ovvero con l'avvento della «nuova vita». Sulla notte vegliava la Grande Madre della fertilità che dominava allo stesso modo il destino dei semi e quello dei morti” (Cattabiani, pag. 208).
In questa nuova porta, gli spiriti (che si erano manifestati nell'Inverno) dovevano essere ricacciati nel loro regno in modo che la vita tornasse a trionfare.

Con l'avvento del cristianesimo anche questa festa doveva perdere le sue caratteristiche di esaltazione della natura e venne trasformata in un convegno di spiriti e streghe che vennero banditi definitivamente grazie all'intervento di Santa Valpurga, monaca inglese (710 – 778) e badessa del monastero tedesco di Heidenheim, santa che – in questo modo - ha sostituito le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte.
L'espulsione rituale dei morti diventa così l'espulsione delle streghe e fino al secolo scorso veniva ancora celebrata nei paesi: con sonagli, schiocchi di frusta, vasi e casseruole battuti, con le fumigazioni delle case con fasci di bacche di ginepro e ruta. Infine al suono della campana, nel frastuono generale, si accendevano gli incensi e le fascine, si urlava “Fuggi, strega, fuggi o male sarà per te” e si correva a perdifiato intorno alle case, ai cortili e al villaggio.(
Cfr. Cattabiani, pp. 208-209)
 

Ricacciati i morti negli inferi – cacciate le streghe – si festeggia la nuova nascita, la rigenerazione attraverso i riti arborei.

L'Albero di Maggio

“Il Cosmo è simboleggiato da un albero; la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l'opulenza, la fortuna, la salute - o, a uno stadio più elevato, l'immortalità, la giovinezza eterna- sono concentrate nelle erbe e negli alberi; la razza umana deriva da una specie vegetale; la vita umana si rifugia nelle forme vegetali quando è interrotta innanzi tempo con malizia; in breve, tutto quel che «è», tutto quanto è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali. Il Cosmo fu rappresentato in forma di Albero perché, come l'albero, si rigenera periodicamente. La primavera è una risurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con quest'atto cosmico tutte le forze di creazione ritrovano il loro vigore iniziale; la vita è integralmente ricostituita, tutto comincia di nuovo; in breve, si ripete l'atto primordiale della creazione cosmica, perché ogni rigenerazione è una nuova nascita, un ritorno a quel tempo mitico in cui apparve per la prima volta la forma che si rigenera.” (Micea Eliade, pp.322-323).
 

 
L'albero rappresenta dunque l'intera relazione dell'umano col divino: relazione dinamica poiché si esprime in una ciclicità Vita – Morte – Vita.
Non è un simbolo statico, perennemente uguale a se stesso.
Chioma e radici fungono da legami tra la Terra e il Cielo; l'uomo in sintonia con l'elemento vegetale, può effettivamente recuperare l'antica relazione poiché il vegetale è l'unico organismo che manifesta la sintonia ai cicli cosmici essendo la sua vita totalmente assoggettata ad essi.
I riti arborei costellano i riti di Maggio, a cominciare dal celtico Beltane dove l'albero adornato era al centro del culto e delle danze.

In generale, in questi rituali, un albero veniva preso dal bosco e messo al centro del paese, il suo nome era Albero di Maggio o Maggio. Era poi adornato di nastri e fiori, o gli venivano appese salsicce, dolci, uova e altri cibi.
Durante la festa ragazzi e ragazze danzavano intorno al Maggio, come nuove coppie pronte a propiziare nuovi matrimoni, nuove unioni.
Maggi venivano chiamati anche i ramoscelli offerti dai ragazzi alle fanciulle in pegno d'amore o portati in processione da gruppi di questuanti che chiedevano cibi o dolciumi in cambio.
 

 

Le questue di Maggio

Le questue di maggio concludono il periodo che si era aperto a Samhain – Halloween e che era proseguito con le questue dell'Epifania. Lo scopo era portare rinnovamento e prosperità attraverso la processione di fanciulli – intermediari tra le forze dei vivi e quelle dei morti – e del dono come scambio: la benedizione in cambio di piccole offerte. (Cfr. Cattabiani, 209).

Grimaldi riporta che nell'astigiano, a Mongardino, spettava alle donne compiere questo rito itinerante: gruppi di ragazze passavano casa per casa e cantavano una canzone, una ragazza era vestita da regina ed era seguita dalle damigelle che portavano un pino ornato di nastri e un cestino dove mettere le uova o i piccoli doni ricevuti. Altre volte vi era una coppia di sposi a guidare il gruppo.(Cfr. Grimaldi, 196)
Senza dubbio il corteo di fanciulle non può non riportarci ai culti femminili della Grande Madre.
La questua benedicente o (come vedremo) maledicente faceva parte del movimento delle energie che potevano diffondere la prosperità o la sterilità.
 

 

Il Re e la Regina di di Maggio: i matrimoni sacri

Altra caratteristica che si riallaccia ai più antichi culti della fertilità, sono i matrimoni sacri.

 
Il primo maggio era solito nelle campagne (ancora nel secolo scorso) nominare la Regina di Maggio, la Regina dei Fiori o spesso la Coppia Sacra: il Re e la Regina che aprivano la processione questuante e benedicente insieme all'Albero di Maggio decorato.
La Regina di Maggio è “l'eco della Grande Madre che regnava sulla vegetazione e sugli animali” (Cattabiani, pag. 211).

Sostituti del Re e della Regina di Maggio erano gli “sposini”: ovvero un bambino e una bambina dell'età di dodici anni circa – quindi puberi - scelti nel gruppo di giovani, questi venivano vestiti da sposini e aprivano la processione.
Il matrimonio sacro e ritualizzato – soprattutto grazie alla castità dei fanciulli coinvolti – non fa che riportare alla memoria le antiche celebrazioni delle unioni tra il Dio e la Dea per rinnovare la vegetazione e l'annata produttiva.
Ciò ci riporta ai culti dell'Europa Antica presenti nel Neolitico (7000 – 3000 a. C. circa) e ancora attivi - in sincronia con le nuove teologie monoteiste - nei secoli antecedenti la nascita di Cristo (
Cfr. il lavoro di Marija Gimbutas).
Le unioni sacre venivano ritualizzate, in tutto il bacino del Mediterraneo, mediante le ierogamie:
 

“I riti di fecondità delle dee vergini si manifestavano come ierogamia: la loro vita sessuale e affettiva era consacrata alla divinità. Queste nozze sacre si svolgevano in un tempio. (...) Dopo questi matrimoni, le cortigiane a vita o a tempo determinato sostituivano la dea-madre nelle sue funzioni. La consumazione del matrimonio era l'atto religioso necessario alla propagazione delle specie animali, vegetali, umane. Celebrato nel santuario stesso della dea, esso era la ripetizione sulla terra dell'unione divina della dea che ogni anno sposava un amante per assicurare la vita terrestre e il ritorno della vegetazione.” (Bonnet, pag. 45 )

Ultime testimonianze

L'albero ingallato (ovvero riempito di gale, che in piemontese significa “nastri annodati”), la questua, la processione con l'albero in testa e gli sposini (o il Re e la Regina) subito al seguito sono elementi antichissimi che ancora nel secolo scorso appartenevano a ciò che restava delle celebrazioni pagane nei paesi delle colline monferrine.
Le testimonianze dirette sono oramai ridotte e probabilmente più nulla resterà di un'antica cultura, totalmente spazzata via dalla rivoluzione industriale e tecnologia prima e dalla globalizzazione poi.
Ne restano solo dei brandelli, come quello che segue: la testimonianza raccolta in una mia intervista nel 1994 ad una donna di origine contadina nata e cresciuta ad Odalengo Piccolo (Al):

“Era il mese di maggio, il primo maggio, c'erano tutti i giovani, erano giovani di 12 anni, neh? (...) e si andava a tagliare il pino e poi ci mettevi tutti i fiori attaccati, lo 'ingallavi', i fiori del bosco, fiori veri! Altrimenti li mettevamo anche di carta, facevano... Si aggiustavano così. E poi li mettevano... lo 'ingallavano' tutto quel pino. Ma non una pianta grossa, una pianta alta così, neh? E poi dopo... Lì si faceva lo sposo e la sposa, mettevano un ragazzino e una ragazzina della medesima età, ma sempre grandi così, neh? E poi si andava casa per casa e cantavi la canzone:

 
Antrum'ma ant is palassi
cal fa xsi bel antrè
ciamummi la padrun'na
si iumma da canté
O ben ven'na Magg
O ben ven'na Magg
E staga al meis ad Magg


(Entriamo in questa casa / che fa così bello entrare / chiediamo alla padrona / se dobbiamo cantare / Ben venga maggio / Ben venga maggio / e stia il mese di maggio)
.

E se quella lì diceva qualcosa, cantavano bene e così. E se invece diceva che no, non aveva voglia di sentire e non dava niente... Perché andavamo per avere qualcosa, neh? E allora se dava qualcosa la ringraziavamo, dicevano... Non ricordo più come dicevano... E se non dava niente dicevano:

Pregum'ma la Madona
che vi fasa cruà i denc!


(preghiamo la Madonna / che vi faccia cadere i denti)

Davano delle uova, perché facevano poi una ribòta tutti insieme! Un pasto! Una festa tutti insieme! Uova, chi soldi e tutto così” (Balice, pag. 265).

©2008 Testo di Micaela Balice per www.strie.it
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Bibliografia
BALICE, Micaela, Il calendario rituale contadino: il ciclo della vita nel Casalese
(Tesi di laurea, A. A. 1993/1994, Corso di Laurea in Pedagogia, Università degli Studi di Torino)
BONNET, Jocelyne, La terra delle donne e le sue magie, Red Edizioni, Como 1991
CATTABIANI, Alfredo, Calendario, Mondatori 2003
ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Torino, 1970, pp.322-323
GIMBUTAS, Marija, The goddess and gods of old Europe 6500 – 3500 BC,
University of California Press, Berkeley Los Angeles 1982
GIMBUTAS, Marija, The Language of the Goddess, Thames & Hudson 1989
GRIMALDI, Piercarlo, Il calendario rituale contadino, Franco Angeli Torino 1993


 

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