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SIMBOLOGIA LUNARE
E TRADIZIONE POPOLARE



Magie e iniziazioni
nel mondo femminile contadino
di Micaela Balìce


Il tema del femminile lunare ha tracciato la storia mitologica e religiosa delle prime comunità complesse delineando simboli, rappresentazioni, raffigurazioni. Per l’uomo primitivo la luna era «simbolo dell’essenza genuina della donna nel suo contrasto con l’essenza dell’uomo» (1).

La dualità luna-sole ha permesso di codificare i due aspetti della personalità umana: il maschile ed il femminile, l’Eros e il Logos, dove Eros rappresenta il principio di relazione psichica che guida la personalità conscia della donna, mentre nell’uomo è l’inconscio ad essere collegato con l’Eros ed il conscio segue la regola del Logos.
Similmente nelle culture orientali la dualità cosmica degli eventi viene espressa dall’alternanza ciclica dei due principi complementari formanti e discendenti dall’unità primigenia, principi di Yin e Yang per l’antica Cina, Ida e Pingala per l’India e così via.
Il principio femminile «si rivela come una forza cieca, feconda e crudele, creativa e piena di tenerezza, e distruttrice» (2).
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Nella nostra cultura occidentale il principio femminile è stato messo da parte, tanto che la nostra concezione del femminile è frutto di stereotipi culturali nati in seno ad una civiltà patriarcale che vede nel maschio forza e superiorità, e nella donna debolezza e inferiorità.

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Le dee lunari, quasi a compensare tale lacuna, hanno costellato l’immaginario mitico-religioso delle culture indo-europee: da Cibele ad Astarte, Artemide, Ishtar, Iside, così come la Grande Madre (nel binomio luna-terra l’una generatrice, l’altra nutrice) è comune. Come archetipo collettivo esse rappresentano la duplicità degli aspetti: generazione-distruzione, nascita-morte, maternità-sessualità, sterilità-fecondità che si manifestano in un ciclico paradossale movimento.
Il tema del movimento ciclico non poteva non essere predominante nelle culture strettamente legate alla terra e alla sopravvivenza mediante un contatto stretto con la Natura in quanto Nutrice Cosmica. Da tale immagine scaturisce il calendario vitale legato al ritmo temporale di stagioni, mesi, settimane, ore: tutto riproduce in scala il macrocosmo nel microcosmo, tutta la vita viene racchiusa in un movimento spiraloide che nel suo ritorno al punto di partenza riproduce gli stessi eventi, ma connotati dalla diversità evolutiva dell’essere in un nuovo stadio ritualizzante i precedenti.
 

Il ciclico e costante rivivere gli stessi momenti topici di generazione-espansione-ritiro-distruzione, per ricominciare poi in un nuovo ciclo rigenerativo, dona ai membri della comunità la consapevolezza del ritorno del fertile dopo lo sterile, ma anche del bisogno di rendere solidale con la comunità la fase sterile, perché possa riportare frutto.

dea_lunare   In tale contesto il calendario lunare è la migliore rappresentazione, il migliore punto di riferimento; e, nel gioco delle associazioni simboliche dal macro al microcosmo, la donna ne è la rappresentazione al livello umano.
Il legame luna-donna appare dunque evidente soprattutto in relazione al mistero del ciclo mestruale, del sangue che sgorga da nessuna ferita e che si manifesta e si ripresenta ogni ventotto giorni, esattamente come la luna.
Ma questa connessione è ancora più manifesta nel secondo mistero femminile: la gestazione e il parto, dove la donna si gonfia (esattamente come la luna) e genera una nuova vita umana.

 

La sacralizzazione del sangue mestruale:
dalla pubertà (primo sangue), alla gestazione (assenza di sangue) e al parto (ritorno del sangue)


La donna è portatrice dell’unico sangue capace di purificare, di rigenerare spontaneamente l’individuo ma anche la collettività. Nelle comunità arcaiche infatti il vissuto del singolo non può sussistere se non in funzione di un soggetto ben più importante: la comunità, il clan, la tribù, pena la distruzione (in senso organizzativo ma anche economico) della stessa.
Come un organismo unico, essa si muove storicamente e culturalmente con l’obbiettivo della sopravvivenza della propria specie, del proprio popolo. Pertanto ogni evento va necessariamente ricondotto in quel ciclo spiraloide di nascite e morti, di ritualizzazioni dei gesti creativi degli antenati o degli dei: il tutto per assicurare al collettivo nuova vita, rinascita, trasformazione della morte in qualcosa di eternamente riutilizzabile.

Esther Harding sostiene che il sangue mestruale sia il primo tabù della storia umana, tabù nato dalla necessità di controllare l’istinto riproduttivo maschile nei confronti della donna in periodo fertile, controllo che ha permesso l’evolversi della specie umana a nuovi stadi, con la costituzione di comunità sempre più complesse.
Diveniva dunque necessari creare un apparato rituale sufficiente a garantire che la sessualità fosse uno strumento utile alla comunità e non foriero di conflittualità interne.
Tale apparato rituale comporta momenti di iniziazione strettamente femminili, che assimilano i due misteri legati al sangue e li inseriscono in modo costruttivo all’interno del contesto collettivo: nulla è lasciato al caso.
 

In tutte le popolazioni la donna attraversava la sua iniziazione al femminile mediante percorsi universalmente simili: l’isolamento, il non toccare cibi o esseri in via di fermento-crescita, il non toccare terra o guardare il cielo, non avvicinarsi agli uomini e via dicendo.
La donna “sospesa tra cielo e terra”, argomenta Frazer: e non potrebbe essere altrimenti, sia dal punto di vista fisico (come accade nella Nuova Irlanda, dove le fanciulle in età puberale sono rinchiuse in gabbie sospese) sia come simbologia.

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Nelle fisiologia tradizionali il trinomio cielo-uomo-terra rappresenta la sintesi della lettura cosmica della posizione umana sita, a differenza delle altre specie viventi, tra l’aspetto spirituale (cielo) e quello materiale (terra), tra i morti (le forze degli antenati, degli spiriti, degli dei) e i vivi (abitanti del livello fisico delle complesse cosmogonie primitive). Ma la donna, nel suo momento del sangue, non è più appartenente alla terra e neppure al cielo: è sita nel mezzo, risiede tra i vivi e i morti, tra le forze materiali e quelle sottili, e proprio per questo ne è tramite.

Essa può in qualche modo mediare con le forze superiori per ottenere dei benefici collettivi. Perché questo avvenga è necessario ritualizzare e sacralizzare il momento.


Iniziazioni nel mondo femminile contadino: un’indagine sociologica

 
Quanto di questi rituali femminili e del loro legame con l’astro lunare si sia trasmesso e sia rimasto nella cultura tradizionale locale, è stato tema di un’indagine condotta nel 1993 in un’area geografica comprendente il Monferrato Casalese nell’area compresa tra Casale e Moncalvo.

Mediante una serie di interviste a donne di origine prevalentemente contadina di un’età compresa tra i sessanta e gli ottanta anni, si è tentato di recuperare il vissuto femminile legato alle ritualizzazioni della comunità contadina, in particolare al calendario lunare femminile e alla sua connessione con le potenzialità della donna.
Ne è emerso un quadro abbastanza chiaro del legame lunare con la sessualità e la fertilità, evidenziato da credenze, rituali, proverbi, canti, tabù e superstizioni che scandivano la crescita della donna dalla pubertà in avanti.
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Il mondo dell’infanzia viene infatti ritenuto, in tali culture, come un momento di indifferenziazione: ai bambini i misteri della vita vengono preclusi, ed essi cominciano ad acquisire conoscenze solo dopo l’età puberale e attraverso una serie di passaggi strettamente codificati.
I due rituali che segnano i passaggi femminili sono appunto quelli legati al sangue mestruale: pubertà e gravidanza. Attraversato ciascuno di essi, la donna si trova a modificare il suo status all’interno sia della famiglia sia della collettività.
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A scandire il tempo femminile è la luna con le sue quettro fasi: piena, declino, nera, crescita. Ciascuna fase è di sette giorni per un totale di ventotto, poi il ciclo ricomincia. Ogni fase ha un’importanza per la comunità intera, dettando le leggi per una corretta semina, un corretto raccolto, per il tagli degli arbusti, la vinificazione, la conservazione degli alimenti ecc.
Simboli di tali fasi sono la fertilità, la crescita, il guadagno, il favore delle forze cosmiche nelle fasi di luna crescente e piena; viceversa la sterilità, il declino, la carenza, il timore per l’ultraterreno nelle fasi di luna calante e nera.

La donna, come manifestazione umana di tale astro, non poteva che assomigliare alla luna: il suo ciclo di ventotto giorni presenta momenti di fecondità nei quali essa porta salute e benessere, e momenti oscuri nei quali la sua distruttività va controllata.
Che la donna assomigli alla luna è riconosciuto ancora in modo palese dalle contadine: ella è lunatica, instabile, ha un ciclo mestruale di ventotto giorni, se regolare ha tredici mestrui all’anno, e questa analogia veniva usata per ricordarsi il periodo successivo del mestruo.
Ma la donna non solo segue la luna: ella «è come la luna», sottolinea la Bonnet. La donna regolare e in armonia con le forze cosmiche ha un ciclo mestruale che corrisponde pienamente alle fasi lunari: è sterile (mestruata) in luna nuova ed è fertile in luna piena, e tale analogia può scandire i ritmi e i tempi delle nascite in funzione del bisogno comunitario.
La donna è la luna, è la rappresentazione di un potere sottile, cosmico, universale.
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Tutto ciò è testimoniato dal modo di chiamare il mestruo: avere le lune, il momento della luna, la malattia della luna. «Le più esperte dicevano che quando si fa la luna arrivano», «La mestruazione avveniva in luna nuova» sostengono le signore Maria Debernardis e Camilla Buonadonna, come ripescando da un baule di ricordi informazioni un tempo importanti.
 
Questa situazione anomala dell’essere femminile non può che estendere il suo influsso, sempre secondo la logica del rintracciare connessioni e analogie dal micro al macrocosmo e viceversa, a tutta la comunità: la donna fertile porta frutti, fa fiorire, crescere e fermentare gli alimenti, porta benessere e cose buone alla famiglia e al gruppo di appartenenza; viceversa se sterile o mestruata ella distrugge anche la vita degli altri esseri viventi come piante, animali, relazioni parentali.

Le immagini delle streghe o delle guaritrici fanno parte di questo immaginario collettivo, nel quale alcune donne più di altre impersonificano il potere distruttivo-generativo femminile, così come le levatrici diventano le intermediarie fra mondo femminile e maschile e le tutrici dei riti di passaggio. Nuore e suocere sono un altro binomio che caratterizza i ruoli sociali nel contesto contadino: come la luna da nuova diventa vecchia per rigenerarsi, così anche la giovane donna sposata entra in un contesto familiare dove vive già una grande madre, la suocera, con la quale deve subire grossi confronti. Ma nel calendario ciclico è poi lei, la nuora, a divenire la successiva grande madre, conquistandosi il potere al declino della precedente.
La pubertà: la luna nera

Il rituale di pubertà nel mondo femminile contadino manca di alcune caratteristiche che Van Gennep sottolinea necessarie per poter parlare di «riti di pubertà»: manca la cerimonia estesa alla comunità, manca il gruppo delle fanciulle, manca la guida spirituale. Ma questo momento può comunque venire considerato come una vera e propria iniziazione, una rottura individuale della fanciulla col mondo dell’infanzia, una morte iniziatica.

Il rituale è a carattere individuale, è avvolto nel mistero, nel silenzio e dunque nella sacralità. Si riscontrano comunque dei momenti di codifica sociale: le madri “preparavano il cassetto” con i pannolini di tela non appena le ragazze entravano in età pubere, e le fanciulle “si aggiustavano da sole”. Venivano date solo sommarie indicazioni: «Arrivato il momento la mamma ha detto: devi fare questo, devi fare quello – e stop, basta!», ma l’evento veniva codificato all’interno del gruppo di adulti che si congratulavano fra loro, ridendo, quando la fanciulla “è diventata donna”.
La pubere viveva con immensa vergogna questo passaggio: non poteva parlarne, non poteva comunicare il dolore («Si moriva in campagna ma non si diceva: mal di pancia!»), si sentiva diversa, a disagio («Alle bambine sembrava una cosa che non andava»).
Riproducendo gli antichi gesti intravisti dalle altre donne di casa si serviva delle pezze del suo cassetto e silenziosamente entrava nel gruppo delle donne.
Da questo momento essa veniva introdotta al sapere femminile mediante il linguaggio allusivo: scherzi, battute, analogie tra atti quotidiani come la filatura tramandavano i segreti della sessualità.
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Interessante è l’analogia della filatura e dell’arte culinaria con l’aspetto sessuale: alle puberi era permesso il ricamo ma non la cucina, come primo atto introduttivo ai saperi femminili.
L’ago e il filo sono un chiaro richiamo alle funzioni sessuali femminili e maschili, tant’è vero che in età puberale la fanciulla impara a ricamare “le cifre” su un imparaticcio, per poi cominciare il lungo lavoro del corredo. E’ noto che fino alla fine dell’Ottocento e inizi del Novecento le ragazze usassero il filo rosso in analogia col sangue mestruale, e questo dato è stato rintracciato anche nella ricerca.

L’arte culinaria, con la sua simbologia di mestoli e pentole, di bollori e fuoco, veniva invece insegnata alla sposa novella che entrava con pieno diritto nel mondo delle donne e della sessualità, avendo il sacro compito di generare i futuri eredi; “avere il mestolo in mano” era segno di potere femminile all’interno della famiglia, che in genere apparteneva alla grande madre, la suocera.
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Durante il “ciclo delle veglie”, gli incontri serali dell’inverno che riunivano le donne nelle stalle per filare o preparare i corredi, le fanciulle venivano iniziate alla arti femminili e al mistero della sessualità: battute, lazzi, scherzi ma anche incontri coi giovani pretendenti o coi Marussè, i sensali di matrimonio, che facevano circolare informazioni accattivanti sui vari Partì o giovani in età da marito.
 
Ma la fanciulla pubere doveva anche apprendere una serie di pratiche purificatorie per evitare che il sangue mestruale recasse danno soprattutto alla comunità. Il rituale del lavaggio dei pannolini è significativo a questo riguardo: intanto le tele venivano lavate prima a parte («Si faceva andare via tutta quella roba e poi si metteva nel bucato, ma quando erano già pulite!»), per evitare un’eventuale contaminazione con la restante biancheria degli altri membri della famiglia.

Inoltre l’acqua del primo bucato, quella pregna del sangue mestruale, proprio a significare l’ambivalenza tra potere distruttivo ma anche generativo, veniva buttata in posti ricchi e necessitanti di fertilità: il concime vegetale situato nell’orto o sul letame. In questo modo nulla è perduto: la comunità è tutelata da eventuali negatività, ma il "negativo" viene riciclato per essere trasformato in positivo e utile, in completa sincronia col sistema naturale.

La seconda nascita dell’età puberale comprendeva, come modalità universalmente riconosciute, la reclusione e una serie di tabù che consentivano lo svolgersi rituale del passaggio. I periodi di reclusione potevano variare da pochi giorni come in Australia e in India, a più anni come in Cambogia. In questa fase le istitutrici, donne più anziane, introducono le fanciulle nei segreti della fecondità e della sessualità insegnando i costumi della tribù e le tradizioni religiose accessibili alle donne.
La ragazza veniva quindi preparata ad assumere il ruolo sociale di competenza: quello di generatrice e di custode del focolare, degli affetti familiari.
La segregazione vissuta come momento topico al primo sangue, ma in qualche modo ricercata e rivissuta ogni ventotto giorni, le consente di gestire quella forza di cui ella è depositaria, e di trasformarla in creazione e non in distruttività, come altrimenti avverrebbe. C’è da riflettere su quanto le contemporanee terapie ormonali allontanino la donna dal suo ciclo lunare, o meglio: su quanto tale cultura del femminile releghi il suo vero e originale potenziale in un inconscio sempre meno comprensibile.
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Tornando alla reclusione, questa non è stata riscontrata all’interno delle comunità contadine prese in esame, ma molti costumi sono stati modificati nel corso del ‘900, secolo che ha visto due guerre e che ha subito grandi cambiamenti economico-sociali in brevissimo tempo. Non è da escludersi che in passato vi fossero momenti maggiormente codificati anche durante il mestruo, ipotesi che può trovare una conferma dalla permanenza anche fino al dopoguerra della reclusione dopo il parto: una vera e propria quarantena dalla quale si usciva solo con un rituale purificatorio.
Durante la quarantena, la nuova madre non poteva assolutamente uscire di casa, e se doveva farlo per svolgere le mansioni quotidiane era costretta ad indossare o il rosario o un fazzoletto in testa. Sucessivamente il periodo di reclusione diminuì fino a coprire un arco di otto giorni dopo il parto.
Dopo i quaranta giorni la puerpera doveva presentarsi davanti alla chiesa, ma non vi entrava: il prete le consegnava una candela e la benediceva indossando la stola viola. A benedizione avvenuta, la metteva bianca, ad indicare che la donna era oramai pura.

I tabù mestruali comunque erano presenti, e venivano in qualche modo rispettati. Gli elementi dai quali la donna doveva stare lontana erano essenzialmente tre: l’acqua, i vegetali e gli alimenti in via di gestazione-fermento.
 
Per ciò che riguarda l’acqua, la donna mestruata non poteva lavarsi, bagnarsi piedi e mani ai ruscelli, passare nei prati bagnati di rugiada, bere acqua fredda, lavarsi i capelli, fare il bucato «perché dicevano che la biancheria non veniva bella. E invece quelle non mestruate lo facevano ma dovevano cantare. Mentre versavano l’acqua dovevano cantare, cantassero anche non so che cosa, le litanie […] perché diventassero bianchi. La donna era vista […] che potesse portare un male».
Le trasgressioni a tali tabù avrebbero comportato il blocco del ciclo e un bucato non pulito.

Sui vegetali, la donna doveva prestare attenzione soprattutto se questi erano in via di fioritura: non doveva bagnare i fiori, andare loro vicino o toccare gli alberi in fiore (si sarebbero seccati). Gli alimenti in via di fermento (pane, sfogliate, gale, maionese e salse, vino) non avrebbero concluso il loro procedimento se la donna mestruata avesse partecipato alla lavorazione, o sarebbero “impazziti”.

Un’ipotesi sul perché di tali tabù la offre la Bonnet, sostenendo che «la donna appare in qualche modo malata, e brucia di un fuoco interno che la rende sterile e pericolosa»; ed in effetti, secondo le fisiologie tradizionali, il sangue e il rosso sono elementi legati al segno del fuoco. Pertanto si può ipotizzare che la donna mestruata cerchi di stare lontana dagli altri tre elementi: l’acqua, la terra (nella manifestazione dei vegetali) e l’aria (rappresentata dalle emulsioni che “gonfiano”), come se in quel periodo ella manifesti un eccesso tale di potere che, in qualche modo, possa rompere l’equilibrio naturale delle forze.

In ogni caso tali restrizioni sono tutte emerse nella ricerca, e non fanno altro che confermare quelle già universalmente riconosciute da studiosi come Frazer, Eliade, Van Gennep e altri.
Interessante è notare altresì come tra i popoli primitivi i tabù avessero un’estensione maggiore: la donna mestruata non poteva avvicinare gli uomini (questi si sarebbero infiacchiti, sarebbero divenuti sterili e sarebbero morti!), la sua stessa ombra era impura (tant’è vero che non poteva seguire i comuni sentieri), e se si fosse arrampicata sopra un albero durante il mestruo nessuno avrebbe dovuto passare sotto quel ramo, poiché il luogo era oramai contaminato.

Queste usanze non sono più riscontrabili nella società contadina analizzata, ma solo in apparenza: in realtà vi è stato un trasferimento di contenuti dalla donna mestruata alla
strega, figura tutt’ora viva nella memoria delle contadine. Ella era una donna come le altre, ma con poteri che simboleggiano il lato oscuro della femminilità.
Non a caso emerge che la strega non veniva avvicinata dagli uomini poiché aveva il potere di farsi beffe di loro, rubando giacca e cappello o trasformandosi in ombre paurose; il sentiero che conduceva a casa sua non era percorribile, ovvero bisognava avere rosari o recitare preghiere seguirlo; infine la strega abitava sugli alberi di noci: «Guai a piantare in una vigna tre piante di noci… Mio nonno lo raccontava… Perché in quello di mezzo viveva una strega sopra!».
 

In tal modo il cerchio si chiude: il primo sangue, il più pericoloso, viene integrato e riutilizzato in modo favorevole alla comunità con la silenziosa iniziazione della pubere; la filatura segna le sue nuove competenze, il prepararsi mediante il corredo alla vita matrimoniale; il sangue mestruale subisce i rituali di purificazione ad esso consacrati; la ciclicità femminile trova giusto spazio all’interno del contesto comunitario.

Se non fosse per l’esasperazione dell’aspetto impuro del mestruo e della donna in quanto mestruata (dovuta a un approccio religioso e a una cultura maschilista) potremmo anche ipotizzare che reclusioni e tabù consentissero anticamente alla donna di recuperare uno spazio privato di “rigenerazione” mensile lontano dalle insistenze sessuali maschili o dalle incombenze familiari.

Luna nuova e luna piena: strategie per il concepimento

Come la luna scandisce il ciclo femminile, così indica i tempi propizi per i matrimoni e le gestazioni. Nel 1878 De Gubernatis scriveva: «Il mese lunare e il mese delle donne facendosi corrispondere, si comprende ancora perché dagli antichi si preferisse per la celebrazione dei matrimoni il plenilunio e il novilunio».
Ma sicuramente le lune migliori erano quelle del grande ciclo dei rituali di fertilità, ovvero i plenuluni compresi tra Natale e Pasqua, soprattutto l’ottava di Pasqua: tale periodo dell’anno appartiene a un vero e proprio calendario del rituale collettivo di fertilità e di propriziazione delle forze invisibili. Il periodo termina con il plenilunio pasquale. La risurrezione del figlio divino, il mito dell’eroe che risorge sconfiggendo il male, mito che mensilmente viene ricordato dal sorgere di una nuova fase lunare, trova massima espressione nel periodo pasquale, dove le sinergie sono maggiori: il plenilunio, l’equinozio (il maggiore equilibrio degli elementi) e la primavera, tempo sacro di rigenerazione universale.
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L’antico rituale di fertilità viene riprodotto anche nella cerimonia matrimoniale: cortei degli sposi che raggiungono la chiesa o la futura casa, così come cortei di bimbi guidati da una coppia di finti sposi nelle questue primaverili; lancio di grani e riso, così come raccolta di uova in tali questue, eccetera.

Lo stato della donna “adottata” nel clan familiare del marito oscilla però fino al momento della nascita del primo figlio; in questo periodo ella deve acquisire l’arte sacra delle trasformazioni: cucina, orto, cura degli animali, cura della casa sono le sue competenze.
La luna torna a scandire la vita femminile prestandosi come calendario di fertilità, e come nume in grado di propriziare nascite forti maschili o femminili.
  Una prima simbologia riscontrata nella ricerca è il pellegrinaggio dei giovani sposi al Santuario di Crea, nel Monferrato, dove una Madonna Nera elargisce grazie, tra cui quelle legate ai concepimenti, in relazione alle credenze sulla nascita dei bambini che venivano presi dai dipinti di putti presenti sulle volte delle cappelle.
Le Madonne in genere, ma ancora di più le iconografie di Madonne Nere, sono legate ad antichi culti lunari della Grande Dea che si manifesta nei duplici aspetti; una sua prima rappresentazione è il cono o pilastro di pietra. A Rosignano Monferrato, ricorda Maria Luisa Squassi, si narra ci fosse un sasso dove le donne sterili si sfregavano o si sedevano invocando la tanto desiderata fertilità.

Ma la luna appare anche in modo manifesto nelle strategie di concepimento contadine: l’analogia del ciclo lunare con quello femminile permette di scandire tempi fertili e tempi sterili, e se il mestruo corrispondesse al novilunio la simbologia sarebbe completa: luna nuova sterilità; luna piena fertilità.

Il sapere tradizionale infatti indicava come tempo favorevole al concepimento la fase della luna piena, soprattutto per avere una bambina; per generare un maschio occorreva invece la luna nuova.
Oppure, come ricorda Camilla Buonadonna, «se lo facevi al mattino nasceva un maschio, e alla sera la femmina». In entrambi i casi si può ipotizzare l’utilizzo della sinergia energetica dell’astro notturno: al massimo della sua fertilità (luna piena o alla sera) si genera il femminile; quando il suo potere è in declino (luna nuova o al mattino) è propizio al maschile, che è legato maggiormente alle energie solari.
Anche in questo caso il novilunio carnevalesco segna un momento di trasgressione e quindi di future nascite: «C’era veramente che quasi corrispondeva a nove mesi quelle date lì», ricorda Olinda Maranzana.
Già Cerni ha sottolineato come alle lune chiare dei mesi invernali venissero attribuite maggiori influenze propiziatrici al concepimento, e Grimaldi, nelle sue ricerche, indica come alle feste carnevalesche corrispondesse «un periodo di trasgressione sessuale che determina un più elevato rischio di concepimento».
Questo periodo viene preservato dalla fecondità grazie alla luna nuova che lo domina, ma consente anche di avere un maggior numero di parti verso novembre-dicembre successivi, periodo di riposo dal lavoro per la cultura contadina: ciò significava che le donne potevano meglio essere seguite sia nel travaglio sia nel puerperio.
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Il calendario delle nascite contadine trova corrispondenze anche in quello religioso: Gesù nasce a dicembre, Maria viene presentata al tempio il 2 febbraio, dopo quaranta giorni di reclusione (ovvero una luna e mezza) e lì viene purificata, e il ciclo ricomincia col novilunio carnevalesco e il plenilunio pasquale.

Ma anche le immagini che si disegnano sul volto della luna piena possono ricondurci alla sua capacità di scandire i tempi fertili e sterili: nel Casalese è emersa l’esistenza di un personaggio, il Mungìn, la cui figura si delineava nelle notti limpide sul volto della luna vecchia.
Il Mungìn è un contadino con un cappellaccio sul capo, recante in mano un cesto contenente cavoli appena colti o rubati. Oppure si vedeva un cavallo con un carro, e si diceva che c’era «il Mungìn cal ‘ndava a venrdri i coi ant la lün’na» (Il Mungìn che andava a vendere i cavoli sulla luna). Il «Mungìn cun la cavagna dal versi» (Il Mungìn col cesto delle verze), ovvero il «Mungìn d’la lün’na» che vende i cavoli o li ruba, visto in paesi diversi del Monferrato casalese, non può che essere l’espressione della potenzialità fertile dell’astro lunare nella sua fase di massimo splendore.
  Il cavolo è nel mondo contadino il simbolo della nascita, non solo per la credenza che i bimbi nascano sotto tale ortaggio, ma anche per altre analogie ancora più profonde: intanto le verze vivono per tutto l’inverno, da novembre fino a primavera inoltrata, offrendo nutrimento abbondante in tutti i paesi del nord Europa (nel mondo contadino di allora, ricordiamolo, ci si nutriva dei prodotti della terra locali in sinergia con le stagioni, per cui a volte il cavolo era l’unico ortaggio che resisteva ai geli). Il suo nome latino, caulis, significa sia fusto, sia pianta, sia pene.
Il modo di piantare il cavolo è in stretta analogia con l’atto sessuale, poiché col pollice le donne facevano un buco nella terra dove veniva inserito il piantino. La raccolta comprende una serie di gesti noti alle levatrici: la testa del cavolo viene presa tra le due mani, fatta ruotare dolcemente e tirata; infine con la roncola si recide il fittone così come il cordone ombelicale.

Infine il cavolo, nella tradizione erboristica popolare, presenta una varietà infinita di impieghi terapeutici, tra i quali quello di aumentare il latte della puerpera e di espellere il feto morto.
Il cavolo del Mungìn non fa altro che ricordare la fertilità della luna piena femminile, ed è corretto che sia un uomo a venderlo, rubarlo o comunque a fare da veicolo affinché la gestazione abbia luogo.

Suocere e streghe: le lune nere


«Verso notte partivano, andavano a casa a piedi, gli sposi a piedi. E davanti agli sposi c’era quello che aveva fatto da intermediario, il Marussè, e aveva un grande bastone con un fagotto come i pellegrini, con gli ultimi indumenti che la sposa non aveva ancora portato dallo sposo. Camminava davanti e arrivava primo a casa dello sposo. Bussava all’uscio e diceva: “Qui c’è la sposa, tale ragazza, si chiama così, viene da…” […] E la suocera lasciava in mezzo all’uscio o una scopa, o un asciugamano, o un oggetto per terra, per vederese si abbassava a toglierlo, vedere se era una persona ordinata o se era una che alzasse la gamba, e di lì incominciavano già le guerre!». Così racconta Maria Debernardis: un antico rituale presentava la giovane moglie all’anziana reggitrice del nucleo familiare, la suocera.
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Ricordiamo che la fanciulla non poteva conoscere la famiglia dello sposo prima delle nozze, e che tutte le trattative avvenivano tra i genitori e i sensali di matrimoni; inoltre ella andava a vivere nella famiglia del marito, dovendo quindi instaurare una nuova relazione non solo col consorte ma anche con l’intero suo gruppo familiare.

Il rapporto tra nuore e suocere era spesso di carattere conflittuale, e questo soprattutto perché venivano a confrontarsi due figure femminile: la giovane sposa, in età fertile, nel pieno delle sue potenzialità ma ancora inesperta nelle arti femminili (in luna crescente dunque), e la grande madre, nel pieno della maturità, ancora fisicamente forte, che aveva già adempiuto ai compiti generativi e che aveva il potere femminile in quella casa, ma sulla via della vecchiaia (in luna calante).
Le figlie generalmente si sposavano o si facevano suore, comunque andavano a vivere in altri luoghi, pertanto le uniche due figure femminili erano quelle.
«Le nuore erano niente! Non potevano parlare, non avevano un soldo, non avevano niente, soltanto dei figli con niente da mangiare, niente da vestire, niente da… la suocera prendeva il mestolo in mano. Una volta dicevano: “Ho io il mestolo in mano! Ho io la casa in mano!” proprio con fare autoritario!».
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Sminuire la fanciulla per la sua inesperienza, controllarla nel mangiare, nel lavoro, indagare la sua vita sessuale: la nuora viveva i primi anni del suo matrimonio in una situazione di terrore e solitudine.
Il rapporto si complicava a causa della rivalità affettiva che coinvolgeva le due donne: l’amore per il figlio, generalmente il primogenito (gli altri maschi dovevano trovarsi occupazioni esterne come il sacerdozio, l’esercito, l’emigrazione, e rimanevano in famiglia solo se celibi). In tale rivalità l’uomo non metteva parola, lasciando ancor più sola la giovane nel tentativo di costruirsi una rete relazionale. Il controllo avveniva anche attraverso la vita intima della coppia: se vi erano molti figli la donna era considerata una poco di buono, ma se ne aveva pochi non era in grado di soddisfare il marito.
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Il ciclo lunare continua a compiere il suo viaggio: la nuora-luna crescente diventa una luna piena, acquista, con fatica, umiliazioni, dolore e con il mettere al mondo nuove vite, il “mestolo” del potere femminile. La suocera-luna piena declina, lasciando il posto ad una nuova grande madre che ella stessa ha formato e preparato a questo sacro ruolo, con la certezza di non essere sola nei suoi ultimi giorni, nella sua ultima luna nera.
Intanto, chissà, nella stessa famiglia una giovane nipote sta scoprendo il suo primo novilunio: il ciclo eterno ricomincia ripetendosi all’infinito.
Strie, Strioghe e Maschere: ecco i nomi che identificavanole streghe nel Casalese.

In ogni paese vi era infatti qualche donna che possedeva poteri straordinari come trasformarsi in animali, spaventare gli uomini, far sparire gli oggetti, lanciare malanni ecc.
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La figura delle streghe è stata ampiamente trattata sotto vari aspetti; la loro persecuzione sicuramente ha avuto rilevanza storica, essendo stata «un massacro quale non si era mai visto, che forse ha superato per ferocia qualunque altra impresa sanguinaria, solo reggendo – forse – il confronto con il genocidio antisemita nell’ultima guerra» scrive Sicuteri.

Come archetipo la strega incarna l’aspetto negativo delle forze femminili, la Lilith ripudiata da Adamo, il principio del femminile negato dalla cultura maschile che si scatena nelle notti lunari del Sabba liberando il lato inconscio e pulsionale, il non razionale, il non solare, l’intuitivo ed il creativo.

Abbiamo già visto, nel paragrafo dedicato alla pubertà, come alcuni tabù mestruali di popolazioni primitive presentino strette analogie con le descrizioni dei poteri o delle abitudini delle streghe rintracciate nella ricerca sul mondo contadino casalese, confermando lo stretto legame tra sangue, luna e magie del femminile.
Le streghe finalmente hanno il potere di prendersi gioco degli uomini togliendo loro la giacca, facendo strani rumori, giocando tra le ombre della notte.
Anche i bambini, forse in ricordo della Lilith divoratrice di infanti, erano vittime predilette di esse, tanto che veniva loro insegnato di farsi subito il segno della croce quando vedevano una donna considerata strega. Non si passava attraverso le sue proprietà per evitare malefici, e non si usciva al venerdì sera, momento delle streghe e dei morti. Interessante notare che la stessa Lilith, come narra Sicuteri, nasce il venerdì sera: «Rettili, demoni e Lilith furono le ultime creazioni di Dio nel sesto giorno, proprio nelle ore del venerdì sera». Dai miti biblici ebraici alla cultura contadina del secolo scorso…
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Le Strie avevano, come le altre storiche streghe, poteri sciamanici di trasformarsi in animali o altri esseri, ed è interessante un racconto di Maria Debernardis che possiamo far risalire alla fine dell’Ottocento: «Nelle stalle c’era una donna, mi raccontava mia mamma, che alla sera si addormentava così, con la rocca e il fuso. E dormiva e… Mah! Come può darsi! E le usciva dalla bocca un… quelle bestie che volano, quei grossi, quei che pungono, che se pungono… […]. Le stalle allora erano chiuse con dei vetri di carta, non come adesso tutto sigillato per il freddo! Usciva da un buco nel vetro, partiva la bestia e andava, girava. Poi rientrava di nuovo da quel buco e andava di nuovo in bocca. E quella donna si svegliava e si metteva a raccontare tutto ciò che aveva visto. Raccontava tutto ciò che avveniva in paese.».

Il passaggio tra una strega e l’altra si tramandava, come di tradizione, attraverso un libro magico: se tale passaggio non avveniva la strega non riusciva a morire in pace. «In punto di morte non poteva morire perché possedeva quel libro e lo doveva lasciare a un altro. Invece non l’ha detto e allora i suoi parenti si sono ricordati che lei… […]. Allora sono andati a rovistare e hanno trovato quel libro e gliel’hanno bruciato. Come bruciava han detto che… dei colpi! PIM! PUM! Una cosa! Come ha finito di bruciare (me lo ha raccontato mio padre, dovrò crederci!) è morta quella signora!», racconta Ottavia Brondo.

Miti, leggende, storie narrate ai bambini, fantasie… Ciò che conta è che nei secoli si è mantenuta intatta, viva, la figura del femminile come depositaria di una sapienza non scientifica, non razionale ma intuitiva, interiore, creativa, ribelle: come la luna.
La Grande Madre, il contenitore della vita e della morte, l’inspiegabile convivenza degli opposti che la cultura del maschile ha tentato invano, nei secoli, di scindere classificando ciò che è bene e relegando l’aspetto negativo in un antro buio e solo, in apparenza inaccessibile, continua a vivere nell’intimo femminile che appartiene ad ogni essere umano, maschio o femmina che sia.

E lascerei concludere a Neumann che nel 1956 scriveva:

Il rischio dell’umanità consiste oggi, in parte, proprio nello sviluppo cosciente unilaterale e patriarcale dello spirito maschile, non più equilibrato dal mondo ‘matriarcale’ della psiche […]. L’uomo occidentale deve assolutamente pervenire a una sintesi nella quale venga compreso in modo fecondo il mondo femminile, che, peraltro, se isolato, è unilaterale […]. Se, in un certo modo, un corpo sano è la base di uno spirito sano, un individuo sano è la base per una sana comunità.

©1999 - 2008 di Micaela Balìce
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Pubblicato in L’ombra – tracce e percorsi a partire da Jung, rivista semestrale edita dall’Associazione per la ricerca junghiana, numero doppio 7/8, novembre 1999 – giugno 2000, Moretti e Vitali Editori, Bergamo, pp.15 – 29.

Bibliografia

M. BALICE, Il calendario rituale contadino: il ciclo della vita nel Casalese (Tesi di laurea, A.A. 1993/1994, Corso di Laurea in Pedagogia, Università degli Studi di Torino).
J. BONNET, La terra delle donne e le sue magie, Red, Como 1991.
DE GUBERNATIS, Storia comparata degli usi nunziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Trevers, Milano 1878.
M. ELIADE, La nascita mistica, Morcelliana, Brescia 1980.
J.G. FRAZER, Il Ramo d’oro, Newton Compton, Roma 1992.
C. GINZBURG, Storia notturna, Einaudi, Torino 1989.
P. GRIMALDI, Il calendario rituale contadino, Franco Angeli, Milano1993.
M.E. HARDING, I misteri della donna, Astrolabio, Roma 1973.
C.G. JUNG, La donna in Europa, in Realtà dell’anima, Boringhieri, Torino 1963.
E. NEUMANN, La Grande Madre, Astrolabio, Roma 1981.
R. SICUTERI, Lilith, la luna nera, Astrolabio, roma 1980.
A. VAN GENNEP, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

 

 

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