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estratto da:
MANIFESTO DEL DOPOSVILUPPO




di Serge Latouche

La corrente di pensiero che si riferisce alla decrescita ha conservato fino a oggi un carattere quasi confidenziale.
Nel corso di una storia già lunga ha prodotto, ciò nonostante, una letteratura non disprezzabile che si trova rappresentata in numerosi campi di ricerca e d’azione nel mondo.

Nata negli anni sessanta, il decennio dello sviluppo, da una riflessione critica sui presupposti dell’economia e sul fallimento delle politiche di sviluppo, questa corrente riunisce ricercatori, attori sociali del Nord come del Sud portatori di analisi e di esperienze innovatrici sul piano economico, sociale e culturale.
Nel corso degli anni si sono intrecciati dei legami spesso informali tra le sue diverse componenti e le esperienze e le riflessioni si sono mutuamente alimentate. Il movimento per la decrescita s’inscrive dunque nel più ampio movimento dell’International Network for Cultural Alternatives to Development (Incad) e si riconosce pienamente nella dichiarazione del 4 maggio 1992. Intende proseguire e ampliare il lavoro così cominciato.

decrescita
Il movimento mette al centro della sua analisi la critica radicale della nozione di sviluppo che, nonostante le evoluzioni formali conosciute, resta il punto di rottura decisivo in seno al movimento di critica al capitalismo e della globalizzazione.

Ci sono da un lato quelli che, come noi, vogliono uscire dallo sviluppo e dall’economicismo e, dall’altro, quelli che militano per un problematico “altro” sviluppo (o una non meno problematica “altra” globalizzazione).

A partire da questa critica, la corrente procede a una vera e propria “decostruzione” del pensiero economico.
Sono pertanto rimesse in discussione le nozioni di crescita, povertà, bisogno, aiuto ecc. (...)

Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo è fare della sovversione cognitiva, e questa è la condizione preliminare del sovvertimento politico, sociale e culturale. (...)



Rompere l’immaginario dello sviluppo e decolonizzare le menti


Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici).

L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo.

Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale.
Latouche Serge
Si tratta di una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomicizzazione delle menti indispensabili per cambiare davvero il mondo prima che il cambiamento del mondo ce lo imponga nel dolore. (...)

La parola d’ordine della rete è dunque “resistenza e dissidenza”. Resistenza e dissidenza con la testa ma anche con i piedi.
Resistenza e dissidenza come atteggiamento mentale di rifiuto, come igiene di vita.
Resistenza e dissidenza come atteggiamento concreto mediante tutte le forme di autorganizzazione alternativa.
Ciò significa anche il rifiuto della complicità e della collaborazione con quella impresa dissennata e distruttiva che costituisce l’ideologia dello sviluppo.



Illusioni e rovine dello sviluppo

sviluppo
La attuale globalizzazione ci mostra quel che lo sviluppo è stato e che non abbiamo mai voluto vedere. (...)
Si può definire lo sviluppo realmente esistente come una impresa che mira a trasformare in merci le relazioni degli uomini tra loro e con la natura. (...)
È lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da tre secoli, che causa i problemi sociali e ambientali attuali: esclusione, sovrappopolazione, povertà, inquinamenti diversi ecc. (...)



I nuovi aspetti dello sviluppo

Per tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dello sviluppo, siamo entrati nell’era dello sviluppo aggettivato.
Si è assistito alla nascita di nuovi sviluppi autocentranti, endogeni, partecipativi, comunitari, integrati, autentici, autonomi e popolari, equi…senza parlare dello sviluppo locale, del microsviluppo, dell’endosviluppo, dell’etnosviluppo!

Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si tratta veramente di rimettere in discussione l’accumulazione capitalistica; tutt’al più si pensa di aggiungere un risvolto sociale o una componente ecologica alla crescita economica come un tempo si è potuto aggiungerle una dimensione culturale. (...)

(...) Lo sviluppo durevole è il più bel successo di quest’arte di ringiovanimento di vecchie cose. Esso illustra perfettamente il procedimento di eufemizzazione mediante aggettivo. Lo sviluppo durevole, sostenibile o sopportabile (sustainable), portato alla ribalta alla Conferenza di Rio del giugno 1992, è un tale “fai da te” concettuale, che cambia le parole invece di cambiare le cose, una mostruosità verbale con la sua antinomia mistificatrice.
Ma nello stesso tempo, con il suo successo universale, attesta la dominazione della ideologia dello sviluppo. (...)


Oltre lo sviluppo

Parlare di doposviluppo non è soltanto lasciar correre l’immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico.

È parlare della situazione di coloro che attualmente al Nord come al Sud sono esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti coloro, dunque, per i quali il progresso è un’ingiuria e una ingiustizia, e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della Terra.

Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nella diversità. Il doposviluppo, in effetti, è necessariamente plurale.

Si tratta della ricerca di modalità di espansione collettiva nelle quali non sarebbe privilegiato un benessere materiale distruttore dell’ambiente e del legame sociale.
L’obiettivo della buona vita si declina in molti modi a seconda dei contesti. In altre parole, si tratta di ricostruire nuove culture. (...)

Bisogna al tempo stesso pensare e agire globalmente e localmente.
È solo nella mutua fecondazione dei due approcci che si può tentare di sormontare l’ostacolo della mancanza di prospettive immediate. (...)


Decrescere e abbellire

La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione.
Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate. (...)

La decrescita non significa un immobilismo conservatore.

La saggezza tradizionale considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L’evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata ai vincoli naturali.

Organizzare la decrescita significa, in altre parole, rinunciare all’immaginario economico, vale a dire alla credenza che di più è uguale a meglio. Il bene e la felicità possono realizzarsi con costi minori.

Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire di rapporti sociali conviviali in un mondo sano può ottenersi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura con una certa austerità nel consumo materiale.
(...) (la decrescita) non si prefigge un rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non è la crescita negativa. (...)

La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”.
Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi.

La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.
Questi sono i sei obiettivi interdipendenti un circolo virtuoso di decrescita conviviale e sostenibile.

Rivalutare significa rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, nonché cambiare i valori che devono essere cambiati.
Ristrutturare significa adattare la produzione e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori.
Per ridistribuire s’intende la ridistribuzione delle ricchezze e dell’accesso al patrimonio naturale.
Ridurre vuol dire diminuire l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare. Per fare ciò bisogna riutilizzare gli oggetti e i beni d’uso invece di gettarli e sicuramente riciclare i rifiuti non compressibili che produciamo.

Tutto ciò non è necessariamente antiprogressista e antiscientifico.
Si potrebbe, nello stesso tempo, parlare di un’altra crescita in vista del bene comune, se il termine non fosse troppo alternativo. Noi non rinneghiamo la nostra appartenenza all’Occidente, di cui condividiamo il sogno progressista, sogno che ci ossessiona.
Tuttavia, aspiriamo a un miglioramento della qualità della vita e non a una crescita illimitata del PIL.
Reclamiamo la bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche e l’accesso all’acqua potabile, la trasparenza dei fiumi e la salute degli oceani.
Esigiamo un miglioramento dell’aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo. (...)

Sarebbe ingiusto tacciarci come tecnofobi e antiprogressisti con il solo pretesto che reclamiamo un “diritto di inventario” sul progresso e sulla tecnica. Questa rivendicazione è un minimo per l’esercizio della cittadinanza.
Semplicemente, per i paesi del Sud, colpiti in pieno dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere (o di crescere, d’altra parte), quanto di riannodare il filo della loro storia rotto dalla colonizzazione, dall’imperialismo e dal neoimperialismo militare, politico, economico e culturale.
La riappropriazione delle loro identità è preliminare per dare ai loro problemi le soluzioni appropriate. (...)

Lo sviluppo e l’economia sono il problema e non la soluzione; continuare a pretendere e volere il contrario fa parte del problema. Una decrescita accettata e ben meditata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa o addirittura dionisiaca.

Sopravvivere localmente

Si tratta di essere attenti al reperimento delle innovazioni alternative: imprese cooperative in autogestione, comunità neorurali, LETS e SEL e gli altri sistemi non monetari, autorganizzazione degli esclusi del Sud.
Queste esperienze che noi intendiamo sostenere o promuovere ci interessano non tanto per se stesse, quanto come forme di resistenza e di dissidenza al processo di aumento della mercificazione totale del mondo.

Senza cercare di proporre un modello unico, noi ci sforziamo di realizzare in teoria e in pratica una coerenza globale dell’insieme di queste iniziative. (..)
Il mercato mondializzato con la sua concorrenza accanita e spesso sleale non è l’universo dove di muove e deve muoversi l’organizzazione alternativa. Essa deve cercare una vera democrazia associativa per sfociare in una società autonoma. Una catena di complicità deve legare tutte le parti. Come nell’informale africano, nutrire la rete dei “collegati” è la base del successo. L’allargamento e l’approfondimento del tessuto di base è il segreto del successo e deve essere il primo pensiero delle sue iniziative. È questa coerenza che rappresenta una vera alternativa al sistema. (...)

Rafforzare la costruzione di tali altri mondi possibili passa per la presa di coscienza del significato storico di queste iniziative. Numerose sono già state le riconquiste da parte delle forze dello sviluppo delle imprese alternative isolate, e sarebbe pericoloso sottovalutare le capacità di recupero del sistema.

Per contrastare la manipolazione e il lavaggio del cervello permanente a cui siamo sottoposti, la costruzione di una vasta rete sembra essenziale per condurre la battaglia del buon senso.

tratto da: Manifesto del Doposviluppo, Serge Latouche
testo integrale in Carta





Immagini
Rainbow over Victoria Falls: fotografia di Calvin Jones, particolare tratto da http://kardek99.spaces.live.com
Decroissance: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Bastille_-_a_la_gloire_-_d%C3%A9croissance_2386.JPG
Latouche: immagine variamente diffusa in internet
Sviluppo: http://www.parma-airport.it/italiano/chi-siamo/piani-sviluppo.htm


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